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L'annullamento
della Parigi Dakar è una notizia che dovrebbe rallegrarci tutti. Final,emte
si è deciso di mettere la parola fine (almeno per questo anno) alla corsa
più assurda e mediatica del pianeta. Una competizione che non ha dato
nulla all'Africa e agli africani, ma in compenso, ha lasciato una lunga
scia di incidenti, alcuni mortali, nei villaggi attraversati a "tutta
manetta" dai piloti. Un fugace saluto e qualche caramella, o una bic
gettata dai finestrini dei fuoristrada, a volte un grazie, un merci, per
un aiuto ad uscire da un insabbiamento o da un lurido pantano per un
acquazzone improvviso. Era proibito fermarsi anche solo per una
stretta di mano!
Ora alla vigilia della partenza da Lisbona il grande circo si è fermato
anzi, è stato costretto a fermarsi. La notizia, dovrebbe rallegrarci,
invece preoccupa per le sue motivazioni: insicurezza e minacce di
attentati da parte di terroristi di matrice islamica. E' una notizia
che turba e scuote la coscienza di chi scrive, e penso di chi legge, per i
nefasti risvolti che questo termine porta con sé: destabilizzazione
politica, insicurezza sociale, attentati, libertà personale limitata,
sharia, donne velate, torture ecc.
L'Africa si sta rivelando il terreno ideale per l'infiltrazione di questo
tipo di terrorismo. L'humus è da decenni sempre lo stesso: corruzione
dilagante, povertà, analfabetismo, fame e miseria.
Con un tempismo ed una velocità disarmanti, che denotano un disegno
cinico e criminoso ed una regia ben precisi, la paura e l'insicurezza
vengono abbondantemente seminati negli stati africani più fragili ed
incapaci di opporre un netto rifiuto. Simile ad una marea, si sta
diffondendo in modo subdolo e capillare dalle coste del Corno d'Africa a
oriente fino a quelle della Mauritania e del Sahara occidentale a
occidente. L'elenco dei paesi a rischio aumenta specie nella fascia
sahelo - sahariana: Algeria, Ciad, Mali, Niger e ora anche la Mauritania.
L'Africa, come scrive Jean L. Touadì, è una pentola che bolle. Non
lasciamo che gli si tolga il coperchio. Ci aspettiamo qualcosa di
tangibile dalla comunità internazionale, dalla società civile ed
intellettuale e dalle grandi Ong. Per ora ci accontentiamo di qualche
timida reazione, di una condanna ufficiale, o di un breve comunicato dei
mass media, ma sappiamo che fra un pò non sarà più sufficiente. Non
possiamo lasciare altro spazio alla morte. Io, voi, noi tutti siamo per la
vita.
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